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Obviously a BeliverUnsubstantiated life and times of Jonathan Reve 11/5/2009 Beans for breakfast once again Tutto, tutto potete aspettarvi da uno che scrive un verso come questo, che ha la fissa delle prigioni, dei sommersi, dei minatori e via dicendo. E così questo degno uomo risolleva un po' il mio spirito oppresso dal tanto scrivere. Non scrivo di me, scrivo inutili progetti che fanno muovere carta, persone, grafici e assessori e tirapiedi di assessori, tutto perché niente si muova. E allora mi chiudo, anche oggi fagioli. Guardo i miei colleghi e vedo dei colossi di un sapere del tutto inutile, del tutto funzionale a una nicchia di lavori che è parassita del sistema. Sistema anche lui al 90% costruito sull'aria fritta, capiamoci. Qua serve una rivoluzione, io non mi sento compreso. Mi sembra che tutti siamo così specializzati che se avessimo la possibilità prenderemmo uno che ci lega le scarpe. Perché? Perché certo lo fa meglio uno che si esercita dieci ore al giorno che non chiunque tra i comuni mortali. Io voglio essere più incompetente, voglio un po' più di saggezza. Non si può stare a tavola in mezzo a tanti mangiafagioli e non avere altri argomenti che lo sdegno. Le parole d'ordine d'ora in poi sono capottamento inversione esplosione tabula rasa fanculo e così via. Per quanto sia un conservatore texano dal collo rosso quell'uomo lo ha capito. Anziché mettere le bombe pregava dio, ma è una piccolezza data dalla giovane età (mentale). Quando alzerà il cucchiaio per la milionesima volta forse si accorgerà che sono solo fagioli. Anche oggi. 11/4/2009 E' una guerra Scrivi il progettino, partecipa al bandino, suona col gruppettino, prendi l'ombrellino. Mo ve lo buco quel pallone. E' una guerra, una vita di sotterfugi per ricavarmi un po' di tempo per fare non si sa bene che cosa. In realtà ho a volte delle rapide visioni di quello che voglio, poi ho delle altrettanto rapide visioni del casino che succederebbe per ottenerlo. Non è niente che non si possa fare, ma è anche vero che tutti ti mettono intorno un sacco di lacci per tenerti fermo e comprenderti un poco, e non sempre si può sfasciare tutto. Altrimenti poi le persone si lamentano, a nessuno piace farsi bucare il pallone. Ho capito, ma datemi tregua ogni tanto. Voglio mettermi lì e pensare a come sarò tra dieci anni. Devo togliermi dalla testa che sarò morto, che è una soluzione tutto sommato facile, ma alla fine ho una salute di ferro. E non sarei contento di fare un lavoro del cazzo che è tutto un investimento da quattro anni sapendo che non mi porta da nessuna parte. Quindi cercherò di essere diplomatico e di mediare. Ma non devo dimenticarmi cosa voglio e no, mi dispiace non voglio un pallone. Voglio un'esplosione, dare un senso attraverso l'espressione ad essere nato scemo di tante certezze che a tante persone fanno desiderare la calma piatta. Sono uno agitato. 10/29/2009 The big fat moon is going to shine like a spoon Guardala lì, come un cucchiaino di traverso nel mezzo del cielo, sfocata dalla nebbietta di ottobre, eppure sempre lei. Sempre con un bell'accostamento di colori, nella sua mise sabbia slavata, su un fondo blu profondo. Mi basta sollevare il naso dopo un paio d'anni per ricordarmi le ragioni che mi hanno reso così inquieto e anarchico e nonostante tutto così romantico e felice. Non mi sono mai preoccupato della mediocre fretta che intristisce il mondo, fino a rimanerci invischiato anch'io. Per un po'. Per fortuna basta un colpo di tosse o un fondo di vino che arriva al cervello per farmi guardare verso l'alto. E a quel punto mi sembra chiaro che c'è di che essere felici. Nel frattempo arriva una tutta intabardata in bicicletta ed entra nel portone a fianco. Scende old stile, fa gli ultimi metri in bilico su un pedale con il corpo tutto da una parte. Che bello, tutto può cambiare. Forse mi sono ostinato troppo a ricercare un equilibrio passato. Non devo lasciarmi ingannare da quella scemata mefistofelica che è l'esperienza. Esperienza de che? Di un milionesimo di spazio in un miliardesimo di tempo. E intanto tutto cambia. Bisogna trovare sempre soluzione nuove, a restare stabili ci pensano ben altre cose. Come ad esempio quel cucchiaino d'argento piantato in mezzo al cielo, che mi ricorda che per quanto mi possa intorpidire e deprimere ho sempre tanto sangue in corpo e un cuore grande quanto il pugno. E posso dignitosamente fottermene di essere equilibrato, produttivo e piacevole. Dunque levati le scarpe, porta in qua la bottiglia. Non mi va di pensare che bisogna trovare un equilibrio. Non nelle gabbie e tra i muri della certezza. Passa un'ultima volta alle poste, là non c'è nulla che ti possa rendere felice. E poi fuggi via. Via, via. Vieni via con me. O come direbbe Mel Gibson, vieni via con Mel. 10/12/2009 Storia del blues in breve Quindi si rilassò un poco, sedette su una collina mentre rifletteva sul da farsi. Il destino volle che lì vicino ascoltassero BB King e così il vecchio si appassionò al blues. E da lì decise che avrebbe installato le stagioni sopra una ruota, per proiettarle in loop sul pianeta, attraverso la storia. E il ritmo che avrebbero seguito era proprio quello che il vecchio batteva con l'enorme piede. Quattro parti. Tesi, conferma della tesi, antitesi e sintesi.
E man mano che il vecchio si prendeva con i classici molte altre cose diventavano blues. Anche gli stati d'animo diventarono cerchi, e riproducendosi attrasverso le stagioni creavano suggestioni che per gli uomini era difficile spiegare. Il vecchio mischiò le carte e al pianetà impartì una rotazione e una rivoluzione. E da lì un fiorire di filosofi e teologi che scartabellando tra gli appunti del vecchio cercavano di mettere ordine nelle cose. E scienziati messi al rogo, caccia alle streghe e un fuggi fuggi generale. Solo con l'uso degli acidi l'uomo riuscì a sollevarsi dalla crosta terrestre e da lì osservare il meccanismo in fondo semplice del blues. Tra questi Jon Spencer, che ridisceso in terra a distanza di vari decenni dal supplizio sulla collina dove sedette il vecchio informò tutti gli umani circa il blues. 6/29/2009 Oh Deanna Vi diranno forse di scrivere di più, o di essere meno ermetici, o di avere meno metrica e più sentimento e chissà che cazzo altro. La verità è che alle volte le parole non fanno che mettersi di mezzo, tra dove siete e dove volete arrivare. E hanno un effetto controproducente ogni volta che sono in posizione orizzontale, e ogni parola complica situazioni di per sé semplici, quando la cosa migliore è agire. Muovere le mani e tirare la coperta e vada come deve andare. C'è un alcolista che mi dice Oh Deanna, Di Ei Anna in un orecchio, e vedere che con te tutto è così drammaticamente spontaneo e piacevole non aiuta a pensare male. Uno non fa in tempo ad abituarsi al pessimismo cosmico che subito lo fanno tornare, gli mostrano il metro che misura tutto, il libro del sapere universale, la matematica della salsa e l'interpretazione del suo segno zodiacale. E quello che era teneramente oscuro diventa appassionatamente reale, e mi tocca tornare a sconvolgermi di sentimenti che pensavo arrivassero una volta sola. O al massimo due, ma la seconda intorno ai settant'anni, di modo da finire in un carcere speciale dove annegarmi nel succo d'arancia. Invece non mi porterai le arance, né verdura né altro male, dal momento che tutto sembra così limpido e desiderabile. Cosa vuoi che mi importi dei legami sociali, delle stratificazioni che si sono applicate sul tuo spirito in tutta questa vita, ma che di fondo resta uno spirito tale quale al mio. Ed è quindi semplice e razionale riconoscere senza nemmeno dirselo che le parole a volte si mettono solo di mezzo, quando uno avrebbe di meglio da fare che partire o scrivere. Cerchiamo la bellezza ovunque. Poi quando uno la trova anziché gridare Oh Deanna Deanna se ne resta zitto e rapito a ragionare come non sconvolgere l'ordine attuale degli addendi, le trame inutili ordite dalla noia e dal tempo, i veli sui sentimenti che faremmo meglio a strappare. Ma io mi sento bombarolo e presto o tardi queste parole che si stuppano nell'attesa e non ci fanno scorrere verso la foce le farò saltare. Presto o tardi, dovessi avere settant'anni. E anche tu faresti meglio a non aspettare. 5/26/2009 Una crostatinaSe fate cena con una crostatina mulino bianco qualcosa nel sistema non ha funzionato. E' saltato qualche passaggio dopo lo svezzamento, forse colpa della scuola. Se fate cena con una crostatina non state condividendo il sogno americano e nemmeno i dogmi dell'islam. Ma nemmeno quelli del cristianesimo a dirla tutta. La crostatina è troppo borghese per aspirare alla rivoluzione. Non le conviene. Ci sono un sacco di biscotti della sua stessa marca là sotto, che avrebbero tutto il diritto di spassarsela un po', che farebbero la fila per squagliarle il cioccolato e sbriciolarle la pasta. La crostatina ha il cioccolato, e non è nemmeno particolarmente sostenibile. La crostatina è anti ambientalista perché ha il mito del progresso, ed è anticlericale perché ha il cioccolato. Sovvertire la cena con una crostatina è come tirare acqua di colonia sulla polizia. Se uno arriva a rincorrerti e cartellarti per mantenere un ordine che non ha scelto se ne batte di profumare o non profumare. Sovvertire la cena così è come scendere in piazza con la panda nuova. Magari non vi rideranno dietro, ma ci sarà sempre qualcuno a dirvi che una volta non era uguale. E che siete un po' più soli di una volta, incartati uno ad uno con tonnellate di plastica da imballo. Ve ne stavate in un sacchettone con gli altri, una volta. Magari il sistema non funzionava uguale, ma non sarebbe bastata una crostatina per cenare. Non ricordo beneCome quando eri bambino e tutto correva via liscio, molto più causa ed effetto. Metto tre parole sotto la livella, vedo che stiano dritte, apro la bocca. E poi sto zitto. Ho imparato a parlare ed ho perso il collegamento col cervello. C’è il traffico imbottigliato, uno sfascio e un bar durante l’happy hour nella via che porta dalla bocca al cervello. Tutto fermo per un altro anno, mentre in realtà il mondo intorno è un ciclone che spazza via tutto. Quelli che dovrebbero essere sentimenti scivolano via su di me lasciandomi solo la vaga percezione dell’attrito volvente. Voglio essere migliore, e invece sono in stallo. Per non essere riuscito a portare a termine la mia liberazione, per essermi di nuovo accompagnato senza convinzione. Finisco per fare due passi di circostanza e dopo poco con una scusa stupida mi saluto per prendermi una birra da solo. Fa un caldo colossale ed ho un gruppo di salsa e merenghe nel cervello. Non mi piace più come una volta uscire con me stesso. Sono più taciturno e mi offendo più facilmente. Che palle, non posso sempre stare attento e misurare ogni parola e atteggiamento. Così mi saluto sbrigativamente, invento una scusa che se raccontata a un altro potrebbe avere un senso, raccontata a me stesso è palesemente una delle mie palle abituali. Quindi lascio me stesso andare solo verso il centro. Vai vai. Vai a farti fottere i soldi per un cd emo alla fnac. Vai a prenderti un gelato menta e stracciatella. Barotto del cazzo. Io me ne vado a prendere una birra per fatti miei, che di litigare oggi non ne ho voglia. Guarda, piuttosto che accompagnarmi così era meglio se stavo solo. Certo che era meglio. Sarebbe stato meglio. Se non che uno fa sempre i conti senza la primavera. E quindi si fa i calcoli della rotta da seguire e progetta la propria grazia esemplare e le feste intermedie per i traguardi raggiunti. Ma vaffancuore. Poi arriva quella (la primavera) e comincia a scoppiare le sue miccette, fa le bolle, ti bagna con la canna e ti inzuppa la maglietta, ti fa fare un giro sul tetto della macchina, ti porta a prendere polvere in qualche strada infrascata. E io alla primavera che ci devo dire? E’ come immaginare di mettersi con un tutù rosa in mezzo a un’autostrada. La tua grazia e i modi gentili dell’ultim’ora non servono a niente. I camion, gli stronzi e le donne al volante continuano a passare, e se non ti levi ti tirano sotto. E così la primavera. L’unica scelta condivisibile è entrare in un bar e fare il forestiero. E facile perché se nei bar non ci vai cinque volte la settimana sei sempre un forestiero. Bevi, ti anneghi con quelle stronzate da panzone reazionario, cerchi di sentirti solitario consapevolmente. Sicuro meglio così che andare in centro con quell’altro me, a fare il poeta decadente e il patrono di me stesso. Che poi a me il centro non piace neanche. E’ sempre pieno di gente. 4/19/2009 My eyes collide Non dorrmire è un ottimo modo per farsi venire sonno, tuttavia avere molto sonno non è necessariamente utile per dormire. Così me ne sto nella più specifica delle posizioni, nella quale è impossibile trovarsi involontariamente. Forzo il corpo ad essere comodo. Gli occhi se potessero si pianterebbero nel soffitto, romperebbero l'atomo fondamentale di cui è composto. Il problema di fondo è non sapere di preciso dove andare, perché ci sono molti modi per forzarsi a camminare con le ferite sui piedi o sotto la pioggia. Ultimamente il mio passatempo è costringermi a fare cose delle quali non sono del tutto convinto. Forse sto diventando prete. Forse dio mi sta convocando a sé. Benché federico Nietsche o come cacchio si scrive mi abbia messo in guardia sui rischi che si corrono a essere compassionevoli. Il fatto è che sto uscendo dalla fase autistica, mi sono messo in testa quest'idea insana di avere bisogno delle persone. Si stava tanto bene prima. Si stava tanto bene nei panni di roccia e di stronzo insensibile. Dicevamo che forse sto per essere assunto nel regno dei cieli. Farò il profeta, il messia in terra di una verità che in questo momento non mi convince, ma si fa sempre in tempo a cambiare idea. Il verbo di cui sarò relatore con le mie stigmati e i miracoli ed il resto è il seguente: cerca di essere simpa e di divertiti, e cerca di farlo in fretta, oppure diventa asociale e vaffanculo. Ma vedi di deciderti. Camminerò sulle acque e avrò un tirapugni di spine per colpire gli infedeli. E un pisello redentore per purificare gli animi e inculare i profeti di altre fedi. 1/20/2009 Five to oneOne to five. Andare a capofitto tutto dove possibile e massimizzare la quota irrazionale dell’essere. Se ci pensi è proprio quello ad essere profondamente umano, il fatto di fare e sperimentare, assecondarsi. In primo luogo essere svincolati da logiche di causalità semplice, senza arbitrio, caratteristiche del regno dei minerali e delle piante. In pratica prendere decisioni alla cacazzo, come se questo ci rendesse più nobili delle pietre o degli alberi di fico. Probabilmente è così. In secondo luogo (una volta fatta questa scelta) rapportarsi alle società umane, che si possono analizzare solo secondo logiche prevedibili o postume. Immaginare un’interazione sociale senza i vincoli della ragione è come parlare di anarchia. Passare da causalità a casualità, recitare come puro spirito senziente e non più come corpi ragionevoli. Il palcoscenico sono i sassi, i fichi e tutto il resto. Da quando non prendo più caffè sono molto più sensibile alla deriva dei pensieri. Sarò pure meno nervoso ma vedo tutto semplificato come un’enorme puzzle per bambini da zero a tre anni, con soli 10-12 pezzi. Come un sociologo che esce di casa per una riparazione senza la cassetta degli attrezzi. Il mio spirito guida (che è Arnaldo Bagnasco) mi odierebbe. 1/19/2009 Caffé e anarchiaMolte riflessioni e poco tempo per farle. Prima di tutto sappiate che ci va sempre qualcuno che manda avanti la baracca, di qualsiasi baracca stiate parlando. A volte si fa a turni, a volte si fa tutto da soli. La cosa essenziale è che se manca qualcuno che ci metta la creatività e la voglia la baracca diventa un rudere. E così esistono persone abitudinarie, qualcuno che fa colazione col caffè, altri pure con il latte, altri in altri modi esotici e qualcuno che non la fa proprio. Io no, faccio un po’ di tutto, e questo è sintomatico. Nessuno conosce nessuno, e questo è un fatto. Soprattutto una volta appurato che può non esserci una regola per la colazione. E’un bel macello quindi avere una baracca da mandare avanti a carezze e pedate senza un regolamento che dica le cose essenziali per filo e per segno. E lo dico io che sono più di qua che di là dal bordo dell’anarchia. Mi sa che di regolamenti non se ne può parlare, e quindi la maggior parte delle cose vanno fatte a stile libero, cercando la massima pendenza e mettendo a nove il pomello del volume. Che alla fine è un po’ l’essenza del blues, che da quando esiste risolve in maniera divertente un sacco di situazioni. Improvvisare ognuno col suo linguaggio, con l’unico limite di quadrare gli uni con gli altri. E poi l’esperienza per l’esperienza, è chiaro che mentre pianti chiodi nella baracca corri il rischio di farti male. Meglio una martellata sul dito che un infisso che ti frana in testa. 12/29/2008 MargheritaMi siedo, mi sdraio, cammino, mi agito. Sogno nel mio stesso sogno, nel mio vagare onirico penso cose che non si possono pensare, visito lande incantate e poeti immaginari. Sono una vittima del mio tempo WASP, abbandono il mio corpo e provo sensazioni che non si possono provare. Vivoi fuori dal tempo: un quarto d'ora, un anno e una frazione di secondo ma, eccomi. Forse sono solo un po' rincoglionito da tutto lo splendore, eh beh... Mi alzo, vado, torno, guardo, mi agito. Parlo alla mia mente, a domanda rispondo, sto attento, a volte riporto l'attenzione sul mondo esterno. Sono irrequieto, sono diviso, frazionato. Sono la milionesima parte di me stesso, sono il mio eco e viaggio libero, urto le pareti e faccio viaggi compassati. Sono fragile come una ragnatela sotto la pioggia. Ecco qua, si spezza un filo, oh. Cede il lato est, gesù il vento. Sono lo spaurito ragno padrone di casa. Sono una margherita, mi faccio accarezzare dal vento e cresco dritto verso il sole, mi piego sotto i colpi che turbano la mia ridente vegetazione. Colpi della natura, colpi del destino. Mi faccio cogliere e sfogliare, perdo petali, e poi gettare come una puttana, rinasco a primavera come la gramigna. Svolazzo, cammino, mangio, penso. Domando l'incercabile, stoico. Sono un ragazzo margherita e me ne sto in mezzo a tanta erba e grossi alberi. Sempre con l'ansia di venire rasato, espleto comunque inesorabile le mie funzioni essenziali, tipo la fotosintesi clorofilliana. 12/21/2008 Paura?Dodici rimpianti uno per mese. Dodici affondi fatti in punta
di piedi allo Shimoda riflettente che tuttora insidia la mia libertà personale.
Ci sono mille modi per sentirsi ruvidamente soddisfatti, come il pensiero di
dormire tra lenzuola di lino, o farsi ombra con la luce spenta e rotta della vanità.
Per paura del buio, delle vacue parole, del torpore immondo che ci prende alle
volte e ci fa fare gesti miseri. Isterici. Poi facciamo fatica a guardarci in
faccia. Voglio guardarti a fondo, nudo e liscio, voglio vedere tutto e non
provare vergogna. Voglio buttare ciò che ho, riuscire a fottermene del mio
stato per essere qualunque cosa. Mi gettano nello sconforto, riuniti nel tardo
pomeriggio per decidere le mie sorti. Intanto mangio cinese, non ho nessun
rispetto per la mia salute, tanto che quella mi saluta e ritorna a Trafalgar
dove quattro leoni ansanti si spartiranno la sua carne grassa. Non volevo
offendere nessuno, solo provare la pelle e vedere dove si andava a parare. A
volte vorrei che mi si prendesse come un bambinino che non ha imparato nulla dal
mondo. A volte vorrei che semplicemente si facesse su di me un atto di fede,
dal momento che non sono bravo a costruire prove come tutti della mia bontà. La
mia mandibola carnivora, le allucinazioni del pomeriggio, il freddo glaciale
dell'inverno che si infila sotto alle porte viene a prenderci dentro ai letti (ed
anche nei momenti più intimi di approccio ci sbatte in faccia la realtà).
Nessuno è disposto ad osare, ognuno è ben disposto nel vedere un anno morire,
sperando che il prossimo porti meno bassezza, che sia pieno di vero amore, che
accenda tutte le candele, che scorra come un testo ben scritto, che ci lasci in
testa dei concetti chiave, che ci protegga dalla cassa integrazione, che sganci
sui cattivi le sue bombe, che faccia saltare in aria il deposito di trielina,
che intossichi i soppalchi, che riapra le ferite, che tagli i coltelli, che
taglieggi i poveri e che conforti i ricchi, che rigurgiti conservatorismo, tanto
ci piace da morire vedere la realtà che si fotte, e l'idea dello sfacelo che
mentre distrugge porta nuova energia nei cuori derelitti. I pesci che vengono a
galla, il tuo schifo per il tatto, il viscidume che non rappresento, la
difficoltà ad essere coraggiosi, la nobiltà stereotipata, il valore delle doti
ascritte, il mistero dei maia, la morbida intolleranza delle parole ciniche che
però sono solo pixel sullo schermo. Tutto contribuisce a renderti fiduciosa nel
nuovo anno. Far scorrere le dita, tentare di riannodare il filo, quando in
realtà sei troppo giovane e depresso per sentirti reale. Proietti in qualche
marciapiede incendiato dai lampioni della precollina i fantasmi del fallimento
che intanto si fanno spazio dai bordi dello sguardo al centro dello specchietto
e vengono via via più vicini come se ti volessero inculare. Voglio essere nello
stato d'animo giusto per vincere sempre perché se hai l'idea di non avere nulla
da perdere non puoi perdere mai. Voglio alzare il colletto e guardare il balcone
bagnarsi mentre esco a piedi scalzi in un impeto di sobrietà. Voglio essere
povero ed abbandonare le ossessioni dell'avere che intanto piantano piedi di
porco e grimaldelli criminali alle periferie del cervello, e tazzine di
ceramica, mica della più volgare. Ceramica bianca come i denti del
cristoddioredentore che scende dai cieli e trova un party a mezzanotte di gente
che non è più pronta a niente. Nemmeno ad uscire in maniche di camicia per
aiutare la madonna a liberarsi dal male. Sui marciapiedi e sulle strade. Dal
momento che ognuno rischia di cadere, e solo chi è il profeta di sé stesso può
prevedere qual'è il punto giusto per rimanere illesi. Voglio restare illeso e
nonostante tutto sanguinare, per mostrare in modo facile che ho esperienza e
saggezza e non dover più vedere nessuna mano che si alza dal bordo del letto
come per dire -frena- quando non mi va.
12/15/2008 Boyz don't cryImmaginate di conoscere il limite. Immaginate di esservi trovati dalle sue parti diverse volte. Di conoscere le sue abitudini, sapere dove vive.
Diciamo insomma che avete una strana passione per il limite e siete sotto casa sua ogni due per tre. Facciamo conto che i livelli siano sfide. Come direbbe Robert Smith.
I miei capelli sono una sfida alle leggi di gravità direbbe. I miei sentimenti insidiano la gravità del momento con la loro superficialità. E quello che piace tira piazzate davanti a tutti a quello che è bello. Ognuno si scalda se sa dove va a cadere. Come la pioggia sopra le ciminiere, rispettabilissima maestà l'acido. Nonostante tutto i ragazzi non piangono. Prendono nota e segnano il livello.
Di nuovo.
E poi di nuovo.
E poi di nuovo.
Fate conto di non essere mai arrivati, di dover rendere conto allo stupore negli occhi delle persone. Girate su una macchina scassata nel cuore della notte. Com'è prezioso un momento di tranquillità. Non rendere conto a nessuno, se non ai Cure. Facile dire le proprie ragioni se chi vi ascolta ha la voce di uno che nella maglietta ha un agnello bagnato. Ci vuole del pelo, ma quello è quello sbagliato.
E così stranamente cambio lo stile che non ho mai avuto, ma che per forza di cose ognuno assume quando gli eventi lo costringono al ruolo di demente. E sai qual'è la novità? Che non solo non piango, ma non sento niente. Grandi speranze ed altre assurditàCharles Dickens prendeva la pioggia proprio come tutti gli altri, e questo mi rincuora. Gli si bagnavano le pagine e infradiciavano i capelli proprio come ai giorni nostri, e questo è qualcosa di strabiliante. Ognuno dovrebbe esserne consapevole.
Anche il sommo poeta di tanto in tanto voleva cambiare e di certo non passava a tre. Scriveva pagine memorabili, si pregustava le facce perplesse dei suoi lettori. Proprio come accade attualmente a quelli che scaldano le valvole e mettono il volume a nove. Per vedere cosa succede.
Anche pochi gesti improvvisati ad orecchio prendono un senso se sono a tempo col resto. Almeno nel caso che stiate scrivendo un libro, come capitava a Charles Dickens di continuo. 12/2/2008 Ognuno nasce liberoOgnuno nasce libero di sperare ed odiare. Ed ogni uomo ha il sacro diritto di sognare una cazzo di rivoluzione. Quando un pullman blu scaricherà Jim Morrison e Nelson Mandela a San Salvario la cosa si potrà fare. 11/28/2008 When the ship comes in - bisCon il passare dei giorni mi convinco di essere incapace di avere una vita relazionale sana. Avrò anche un pianoforte e un soppalco sul quale sognare le muse e le codarde, avrò anche un dominio perfetto e un gusto estremo per le rime, ma non sono ancora capace di amare.
Come il galleggiare del vento prima dell'uragano, finirà anche la riflessione razionale e ci sfuggirà dalle mani, ci troveremo come in fondo è sempre stato. Due corpi nudi che si guardano, armati di nessuna arma, spaventati dal barluginare del sempre, rasserenati dalla sospensione del giudizio, benché immorale.
E le parole che cerchiamo di usare con il solo fine di confondere la rotta si disperderanno attraverso la distanza prima di essere udite, non appena la nave verrà dentro. 11/18/2008 Progressioni aritmetiche e uova sodeMassì, iniziamo con un titoletto che dice e non dice, nella peggiore tradizione trash. Torno da Roma e ho il grilletto facile. E la testa pesante, e la pistola di plastica, e un'ambizione imbizzarrita. Battersi per capire il senso delle cose, trarne beneficio, essere migliori. A tanto è arrivata questa lurida morale da praeterintellettuali progressisti. Voglio scavare palate di terra fino a rimettere un po' di ragione. La cosa migliore che potesse capitarmi era una serenata di sax. La peggiore era scambiare un ghiacciolo in un occhio per una serenata di sax. Può capitare quando siete dei gelatai, e ai vostri compagni e alle muse offrite granatine e succhi. Ma in realtà la macchina è in corsa e la strada è piena di buche come la portineria di un condominio. Schegge di ghiaccio, sbuffi di vapore, fuoco alle polveri, il cielo di Roma col sole o con il suo procuratore. I bei sultani poligami guardano da aljazeera con sdegno. Non si è mai visto un coraggioso sparare con una pistola di plastica o un fucile di legno.
Sapete che vi dico?
Non c'è apparente soluzione a molte cose che si ripetono in cicli conclusi con certe crescite aritmetiche... tali da farvi pensare che la vostra vicenda personale possa diventare qualcosa di esemplare e totalizzante.
Lo dico per i feriti con tagli che non si possono curare. Per le ultime mosche invernali che non si vogliono fare schiacciare. Per tutto il vino del mondo e per la carità. Il passato può sconvolgere duramente, quando si riaffaccia stronzo dai buchi nel presente. Diamanti e ruggine, e un'ode scritta a una perfetta sconosciuta. Prendere tutto e mescolare con abbondanti suggestioni. Vaporizzare col sapore della fuga, che magari è proprio la quintessenza. E mandare giù come si fa con le uova sode. Con il giudizio sospeso e la faccia perplessa. 11/14/2008 Sulla corniceSeduto sulla cornice della finestra, ammesso che ne esista una. Parto per viaggi più mentali che altro. Bye bye sospiri, metto questa maglia scaduta che è impregnata di notte e non c'è lavatrice che tenga. Metto questa faccia che dice anche se cadesse un meteorite sul tavolo a fianco finirei il mio te. Ora come ora. La benzedrina è il concetto. Se mi attenessi ai fatti la noia la farebbe da padrona. E invece no, i meteoriti cadono. E pensare che c'è una possibilità ogni dodici milioni. Ma ventiquattro milioni di finestre da cui affacciarsi, e una corrente assurda.
Stringetevi nei maglioni cinesi e addio carni bianche, addio treni rugginosi, campi devastati dai conquistatori, pietre impolverate che il tempo non ha avuto il coraggio di muovere o spolverare. Anche il meteo è una conseguenza logica del posto dove decidete di andare.
Ci sono dieci tamburini, gli ottoni, i piatti, le majorette con i bastoni che frullano come zanzare, il direttore che zompetta come un canguro spastico e tonnellate di papà e bambini che stanno a guardare. E lei solleva il sopracciglio e dice sputa quella merda praeterintellettuale e vienti a sedere in modo normale. 10/29/2008 Chelsea Hotel #2 repriseChe belli che sono gli incontri casuali. Hanno il pregio che uno ci arriva spettinato e capisce che può essere felice lo stesso. Hanno un valore simbolico che va oltre il momento. Mi fanno venire voglia di accidentalità e di accidenti, di schiopponi che mi sconvolgono e mi fanno rivalutare la mia scala di valori. I tubi del riscaldamento che sbuffano, gli occhi più fissi che abbia mai visto, le parole impreviste che ormai la parte bassa del cervello confeziona per me. Dovrei fare il gelataio, o vendere le pentole per televisione. Invece ho un minipimer posseduto che mi frulla lo spirito, e la cosa migliore che so fare è parlare di lavoro. Stai diventando famosa, il tuo cuore è una leggenda. 10/23/2008 But if you ain't got the spiritAnche le bustine di acqua vichy vogliono darmi le loro lezioni di vita, su come non creare reazioni atomiche con il loro contenuto. Tutti vogliono darmi lezioni, e questo è sintomatico. O di come io sia un grosso grosso sprovveduto, malgrado la faccia dura e lo sguardo scettico, o di come generalmente persone ed oggetti tendono a mettersi in una situazione di superiorità anche solo mentale. E' una specie di legge di gravità applicata alla metafisica delle relazioni. Le cose più pesanti vanno verso il fondo. Bene, la nebbia che i canavesani ci portano giù con i loro trattori non aiuta certo a chiarire le cose. Prendo un po' di pausa, non so più nel mondo reale come vanno le cose. Non dò torto a nessuno, ma se vi manca lo spirito siete molto pù leggeri. 10/19/2008 Nella miseria e nella nobiltàStati d'animo che sbuffano e sfogliolano sotto i colpi di cannone e sopra le posizioni dei ruoli che ognuno recita con varie persone. Cieli che cambiano da stellati a non stellati a seconda di quanto il tamburino vi ha tamburato, varie reazioni che vorreste e non vorreste avere, così ovvie e così opportune nelle aride mattine e nelle madide sere. Tutto mi ricorda che dovrei essere sempre me stesso, nella miseria e nella nobiltà, nelle dita da scimmia e in quelle da profeta, parole sagge e altra sabbia, che vi consuma quei sorrisi soriani. Si direbbe che chi è fatto di ghiaccio non possa soffrire. Gonfio ancora un po' il pallone, del resto ho magiato elio e ho bevuto un ciclone. La nostalgia mi si abbatte sulla testa, con quel parkinson vittoriano che rende irresistibile il passato quando lo paragonate al presente. Maledette seppie, maledetti libri che non si vogliona fare inghiottire, che mi fanno restare come un matematico con la sua espressione troppo lunga per trasformarsi in qualcosa di reale. Voglio dire che l'attenzione delle persone spesso si ridimensiona mentre formulate una frase. Democratici antidemocratici, maschere da teatro che mi va di indossare. Come una tuba a cui chiedo di parlare alle donne, come un cilindro che mi sta ad ascoltare. Come ritrovarsi a fare i conti con le proprie azioni, nella miseria e nella nobiltà, nella coerenza e nel rispetto, nell'amore e nell'aldiqua, nella polvere e nel vino, nella lucida trasparenza di un animo tirato a specchio. Forse cado da diecimila metri e mi sveglio giudice, con il tipico tamburellare di dita dell'imputato. Con quel calore che non riesco a togliermi di dosso, come se dovessi dare lezioni a qualcuno con la mia lucidità febbricitante. Nella miseria e nella responsabilità, nel magone e nella gioia, nell'arabo e nell'esperanto. Sbuffano ancora un po', si giocano a dadi chi si siede e chi sta in piedi. Ho in testa un consiglio di amministrazione del cervello. Sono chiusi là entro da ore, ma ho una serva che origlia dietro la sua sahariana. Mi riferisce tutto, nell'orgoglio e nella lesa maestà, nell'altruismo e nella vanità, nel chiedere e nel dare, nel cranio che è così limitato rispetto ai milioni di chilometri che esistono nel mondo e pure mi dà così tanto da pensare. 10/14/2008 Short pants romance (learn to dance)Bene bene, finalmente un evento che abbia pantaloni corti senza essere varioscianti. Oddiosolosa quanto poco spero in questo tipo di situazioni. Beh in primo luogo perché in taluni casi ho la tendenza ad abbandonarmi piuttosto che a resistere a forze anche molto deboli. Credo sia un rifiuto inconscio di forzare l'entropia dell'universo. Tutto nasce nel '26, con l'iperstimolazione della sessualità lateranense.
Negli anni ho imparato a ballare, ma raramente mi sono dimostrato quel campioncino di coerenza che la società moderna si attendeva da me. Strano che il mondo reale e le persone che lo popolano possano aspettarsi da una coerenza così totale, al netto di tutte le sbronze e le fascinazioni che pure del mondo fanno parte.
Ho deciso per un sobrio romanticismo che assecondi la mia inclinazione naturale (dal verticale all'orizzontale, o dall'intrigo al districarsi che dir si voglia), o almeno così sembra, non ho la volontà di fare il predicatore con i pantaloni corti mentre per altro tutto tace. Aspetto la musica, che mi spieghi dei trighi del tempo e di lei che mi piace. The time will come upVerrà bene il giorno in cui ognuno non sentirà più così urgente l'essere qualcun'altro, no? Si finirà prima o poi per capire tutti e due che è questa eventualità ad avere senso in mezzo a milioni di altre.
In ogni caso. Il sole appena si intravede in mezzo a un salasso di nuvole che se lo sono prosciugato mezzo. Fa freddo ma non così freddo ma se esco in maglietta stramazzo. Sono perplesso, incuriosito, irrequieto, affumicato e ho la febbre. Non tanta, ma quanto basta per guardare l'orologio perplesso. La verità è che non sono più abituato a stare a casa di mia madre e tutto mi pare troppo pulito e ordinato. Ognuno di noi deve mettersi in testa prima o poi che non c'è niente di più giusto e soddisfacente di scoprirsi completamente, dal nulla.
Per quanto poca fortuna abbiano le vostre barche, per quanto il mare spesso ve le renda sommerse di alghe e mezze affondate. Sempre meglio che lasciarle sulla riva dove un enorme bus giallo ve le rende tutte sfondate.
La morale della favola è che è meglio prendere, un giorno, ed andare lontano. Trovarsi in mezzo ai boschi o tra le macchine ferme degli ingorghi. Evitare assolutamente di rinunciare a priori o lasciare sfumare l'urgenza facendo tardi. 9/25/2008 Non ho misericordiaPurtroppo non ne ho. Quindi non è che sia cattivo né niente. Ho solo una difficoltà fuori dalla norma a perdonare e a rinunciare a una vendetta. E' divertente essere pervasi da un senso biblico di giustizia, e avere l'energia di ragionare un concetto di giusto col quale creare scompiglio nel mondo. In fondo non mi lamento del fatto in sé quanto delle reazioni che genera nelle persone. Ognuno dovrebbe tenere conto della vasta marea della responsabilità personale, senza mediazioni né armistizi. Non lasciare che il tuo percorso ti divori il ventre. E' la fine quella più importante. E adesso afterhours. 9/23/2008 Come rompersi i co@X$%niNiente di più facile quando avete un amor proprio che sconfina in orgoglio insopprimibile. Vi dispiacete di chi in maniera sottile vi nasconde e non vi preoccupate di chi vi porta in palmo di mano. Non c'è niente di più facile quando il tempo è grigio e ogni certezza è sempre sul punto di partire.
Nulla di cui preoccuparsi in ogni caso. E'solo il fisiologico distacco dal momento che non esistono stampini per le anime e non ne esce mai una coppia uguale. Ve lo dice uno che ha costruito una carriera da meteorologo. Sono un osservatore esterno, spesso invocato per risolvere situazioni controverse. Non esiste giusto sbagliato, ci sono solo silenzi perversi. |
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